Una pedagogia al servizio dei bambini

 La mia esperienza di terapeuta mi fa pensare che la pedagogia e la psicoterapia siano molto più vicine e legate di quanto si pensi e che sia necessario uno scambio di conoscenze da un campo all’altro. Mi sento di affermare che il benessere psicologico parte da un riconoscimento e una riabilitazione della propria parte bambina “disadattata”.

Da parte sua, la pedagogia che conosciamo riflette i valori, i principi e le convinzioni della collettività in cui opera. Una società normalmente vuole trasmettere ai propri figli i valori in cui ha fede e vuole far loro apprezzare e credere ciò che per sistema sociale si ritiene valido e desiderabile. Faccio questa precisazione perché quasi sempre quando si parla di pedagogia si intende discutere su quale sia il metodo migliore e più efficace per far passare, da una generazione all’altra, l’ideologia o il sistema di valori dominante. Si discute sul metodo dunque, se sia più efficace il metodo disciplinare, più repressivo, o il metodo liberale più permissivo. Sempre, però, per il medesimo scopo, per trasmettere e perpetuare, possibilmente, un modo d’essere che si ritiene preferibile, cioè quello in vigore. Dunque se siamo convinti che i bimbi abbiano già dentro di sé ciò che noi vogliamo che abbiano, utilizzeremo il metodo più liberale per aiutarli a svilupparsi “spontaneamente” come noi vogliamo; quando siamo convinti che i bimbi, anzi tutti gli esseri siano fondamentalmente malvagi o selvaggi, adotteremo il metodo più repressivo per impedire che quella loro bassa natura abbia il sopravvento. In tutti questi casi il rapporto educatore/bambino è quello dispari, asimmetrico, un rapporto in cui l’adulto, il pedagogo, si pone a un livello superiore e stabilisce ciò che è meglio per l’altro.

Io credo fermamente che siamo ad un punto in cui questo non sia più possibile, non abbia più senso né sia più praticabile.

Forse è il momento storico attuale o forse è avvenuto un cambiamento nella coscienza dell’umanità più definitivo, fatto sta che gli adulti, noi adulti, da un lato non abbiamo in mano quasi nulla che possiamo proporre con orgoglio alle generazioni successive; dall’altro lato la maggioranza dei bambini, sempre più precocemente, dimostra in modo impressionante un’autonomia di pensiero e di coscienza, a livello emotivo e a livello decisionale. Questo mette in seria crisi la posizione ambigua della pedagogia. Cerchiamo il bene dei nostri figli o cerchiamo la nostra sicurezza tramite loro? E se non abbiamo dei valori sperimentati come positivi da proporre, non abbiamo un mondo felice da proporre –e lo sappiamo- e i bambini ne sembrano coscienti o almeno sembrano più lucidi sulle loro preferenze e su quello di cui hanno bisogno, allora la pedagogia deve uscire dalla sua etimologica ambiguità, deve decidere se il suo compito è quello di “condurre” o quello di “accompagnare”.

Cominciamo a pensare che i bambini non sono degli animaletti dotati da ammaestrare e cominciamo a prendere coscienza di quante volte, senza volerlo, ci comportiamo come ammaestratori (o domatori, secondo l’età), anche in piccole cose, piccole ma sintomatiche di un’attitudine che abbiamo inavvertitamente assimilato.

Educazione è stata per me (come per molti della mia generazione e per altre generazioni per centinaia di anni), sinonimo di repressione degli istinti naturali: la persona ben educata non fa... non dice... ecc.

Cominciamo a pensare che ogni bambino viene al mondo con un progetto spirituale e non solo con degli istinti. Già questo cambia la prospettiva del nostro intervento. Smettiamo di guardare le cose dell’infanzia dall’alto della nostra altezza di adulti come da una superiorità naturale sui bambini e sediamoci al loro livello. Cominciamo a chiedere più che a noi, soprattutto a loro, ai bambini, come fare. Rispettiamo ciò che viene da loro e consideriamoli delle persone come noi, probabilmente più dotate, semplicemente incarnate in corpi ancora infantili, persone che stanno solo imparando ad armeggiare un organismo poco esercitato e che ha bisogno di fiducia.

La fiducia, invece che la paura, è il primo strumento utile nell’educazione.

Tutte le distorsioni dello sviluppo caratteriale, che porteranno negli adulti alla costituzione di strutture narcisistiche, manipolatrici, egoiche –come vogliamo definirle- possono ricondursi in un modo o nell’altro a traumi e paure che dettano le regole, le scelte esistenziali cruciali e le filosofie di vita, partendo da esperienze negative precoci, all’interno di un terreno culturale contrassegnato da un timore diffuso verso la vita.

Per quanto ho appena detto, la possibilità stessa di sviluppo del bambino è limitata da questi fattori. Ne consegue la necessità di uno stretto contatto tra la pedagogia e il lavoro psicologico di crescita personale.

Il percorso che da adulti andiamo a rintracciare e a riprendere, per sciogliere i nostri complessi e liberare la nostra capacità di evolvere, percorre la stessa strada sulla quale ci siamo bloccati nell’infanzia con decisioni inconsce dettate dall’angoscia.

L’esperienza terapeutica può darci alcune indicazioni pratiche.

1. Accogliere e incoraggiare attività espressive, creative e inventive, è ciò che permette di far emergere l’originalità di ogni bambino e stimolare di più la sua fiducia in se stesso.

2. E’ indispensabile evitare le “etichette”, le nominalizzazioni, le categorie statiche di definizione della persona.

Dire a un bambino che “è cattivo” invece che fargli notare quando ha fatto soffrire qualcuno, dire che “è bravo” invece di dire che siamo contenti di quello che ha fatto, significa creare i presupposti per un’identità parziale e spesso distorta di cui purtroppo il bambino ha bisogno perché solo attraverso l’adulto si guarda e si conosce.

3. L’altra indicazione è quella di aiutarlo quanto prima a dare voce alle proprie emozioni, che il bambino sente e riconosce e che siamo noi adulti semmai a non identificare. E’ molto frequente nel mondo e nella cultura adulta non prestare attenzione, non dare importanza alle emozioni e ai sentimenti. Solo la rabbia talvolta esplode irresistibilmente come qualcosa di nefasto e indesiderabile. Escludere un’educazione all’emozione significa pregiudicare nei bimbi le capacità di stare in relazione.

4. E’ necessario ricomporre la scissione tra gioco e apprendimento, tra dovere e piacere. E’ qualcosa che ha distorto la vocazione naturale dell’essere umano verso la conoscenza e ha creato il mondo dei passatempi idioti, come mezzo per riprendersi dallo stress della disciplina. Il gioco per il bambino, come per gli animali, è la scuola naturale. Unire il gioco, la curiosità e la passione per il nuovo significa rendere l’apprendimento qualcosa di spontaneo e desiderabile.

5. Ogni persona ha le sue qualità e i suoi talenti e il primo compito dell’educazione deve essere quello di aiutare il bambino a scoprirli e a coltivarli. In questo si può dare esercizio e stimolo alla volontà che nasce dalla passione e non quella volontà che nasce dalla costrizione.

6. Ogni persona ha le sue carenze e i suoi punti deboli, che vanno educati per uno sviluppo armonico della persona. In questo modo la volontà si esercita nel gioco come sfida, come esplorazione e auto-esplorazione, fuori da confronti e rivalità.

         Mi rendo conto che è tutto molto complesso, sempre di più, perché i bambini stanno veramente cambiando. Credo che siamo di fronte a un passaggio evolutivo di grande importanza nella specie umana e chi lo nega si mette così già fuori dalle possibilità di essere utile. Perciò è importante confrontarsi, ognuno con le proprie conoscenze e con la disponibilità a metterle in discussione.

Spero che queste mie riflessioni siano di stimolo. Un grande saluto a tutti

Francesco

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